Negli ultimi anni, il tema della salute mentale ha acquisito un ruolo di fondamentale importanza: già nel 2019 una persona su otto soffriva di disturbi psicologici come depressione, ansia, dipendenze e disturbi alimentari.
Nel 2020, l’emergenza sanitaria da Covid-19 ha portato a un aumento del 26% dei disturbi psicologici, evidenziando la necessità di sviluppare interventi psicoterapeutici efficaci e accessibili per promuovere il benessere psicologico.
In questo contesto, si sono diffusi e sviluppati, insieme agli interventi psicoterapeutici tradizionali, delle soluzioni di supporto psicologico basate sull’intelligenza artificiale (IA): i chatbot terapeutici. (Yu & Mc Guinnes, 2024)
Cosa sono i chatbot terapeutici?
I chatbot terapeutici o chatbot conversazionali sono software basati sull’intelligenza artificiale che simulano conversazioni umane per garantire supporto psicologico. Il primo prototipo di chatbot, ELIZA, fu creato nel 1966 da Joseph Weizenbaum e imitava, in modo rudimentale un dialogo psicoterapeutico, offrendo risposte standardizzate senza reale comprensione o capacità di apprendimento.
Negli anni, la tecnologia si è evoluta, sviluppando modelli più sofisticati come Woebot, Wysa e Tess, che utilizzano tecniche di terapia cognitivo-comportamentale, mindfulness e problem solving per supportare gli utenti in diverse problematiche. Ad esempio, Woebot e Tess si sono dimostrate efficaci nella riduzione dei sintomi depressivi e ansiosi, utilizzando strategie di coping e supporto emotivo.
È importante sottolineare che questi primi chatbot terapeutici sono stati concepiti come ausilio nel trattamento psicoterapeutico tradizionale, e non come possibili sostituti (Spytska, 2025).
Recentemente, l’avvento di modelli linguistici avanzati come GPT-3 e GPT-4 di OpenAI, in grado di comprendere la teoria della mente, ha portato allo sviluppo di ChatGPT, che fornisce risposte in tempo reale, supporto emotivo e assistenza 24 ore su 24. Alcuni utenti sostengono che ChatGPT possa essere meglio di uno psicoterapeuta e su alcuni blog vengono fornite istruzione su come usarlo efficacemente come sostituto dello psicoterapeuta umano (Raile, 2024).
Ci si interroga quindi sul ruolo dei chatbot terapeutici: se siano alleati o sostituti dello psicoterapeuta.
La potenzialità dei Chatbot
La ricerca scientifica su chatbot terapeutici ha evidenziato risultati promettenti. In una meta-analisi condotta da Zhong et al. (2024) è emerso come i chatbot terapeutici , basati su IA, fossero efficaci nel trattamento di depressione ed ansia. Sono stati analizzati 18 studi randomizzati controllati in cui erano coinvolti 3477 partecipanti. I risultati hanno dimostrato un miglioramento moderato dei sintomi rispetto al gruppo di controllo. Questi benefici sono più evidenti dopo circa 8 settimane di utilizzo del chatbot, ma diminuiscono nel follow-up a 3 mesi. Pertanto, è fondamentale continuare ad offrire un supporto costante per valutare gli effetti positivi dei chatbot a lungo termine.
In situazioni di emergenza, come evidenziato dallo studio di Spytska (2025) su 104 donne con disturbi di ansia in zone di guerra in Ucraina, i chatbot hanno mostrato una significativa efficacia. Il gruppo che ha usato quotidianamente il chatbot “Friend” ha registrato una riduzione d’ansia del 30-35%, mentre una percentuale superiore, 45-50%, è stata ottenuta dal gruppo di controllo che usufruiva della psicoterapia tradizionale. Questo conferma che, sebbene meno efficaci rispetto al supporto umano, i chatbot offrono un’opzione utile e immediatamente disponibile, soprattutto dove l’accesso agli interventi psicoterapeutici è limitato.
Infine, in una sperimentazione di 4 settimane con 399 pazienti ambulatoriali affetti da disturbi d’ansia, la maggioranza dei partecipanti ha utilizzato attivamente ChatGPT come supporto psicologico e il 91,2% lo ha ritenuto utile ed efficace nelle risposte fornite. Tuttavia, i due terzi degli utenti hanno espresso preoccupazioni sulla privacy dei dati condivisi e sui temi etici legati all’uso dell’IA in terapia. Inoltre, sono emerse due differenti percezioni in base al genere e al luogo di residenza: le donne hanno trovato ChatGPT più empatico ed efficace rispetto agli uomini, e gli utenti residenti in aree urbane lo hanno valutato positivamente rispetto a chi viveva in zone rurali. (Alanzi, 2024).
Limiti e rischi
Nonostante le potenzialità riscontrate, i chatbot terapeutici presentano dei limiti significativi. Un primo limite riguarda la sfera emotiva e relazionale : anche i modelli di intelligenza artificiale più avanzati sono incapaci di provare empatia e di cogliere i segnali non verbali (tono della voce, espressioni facciali o il linguaggio del corpo), che sono alla base della relazione terapeutica.
Infatti, Zhang e Wang (2024), affermano che, attualmente, solo lo psicoterapeuta umano è in grado di comprendere il vissuto della persona, il suo contesto sociale ed emotivo creando un’ alleanza terapeutica . Si tratta di qualità, che nessun chatbot terapeutico è in grado di replicare.
Ne è una conferma lo studio di Spytska , in cui il chatbot, seppur mostrando buone capacità di ascolto e supporto, non era in grado di fornire una profondità emotiva per costruire un rapporto di fiducia, alla base della costruzione di un’alleanza terapeutica essenziale al successo di un percorso psicologico.
Un secondo limite riguarda le questioni etiche, di sicurezza e di bias algoritmici. I chatbot come ChatGPT generano risposte basandosi su:
- Modelli statistici del linguaggio;
- Dati con cui sono stati addestrati, fornendo informazioni generali, incomplete e comportando bias.
Un’analisi condotta da Raile (2024) ha evidenziato come ChatGPT, in ambito psicologico, privilegi un approccio cognitivo-comportamentale, favorendo interventi standardizzati che potrebbero essere non ottimali per tutti i pazienti.
Un terzo limite riguarda la privacy: interagire con un chatbot implica condividere pensieri intimi e dati sensibili su piattaforme digitali, sollevando dubbi sulla riservatezza e sulla protezione di queste informazioni. Infatti, molti utenti hanno manifestato timori su dove venissero memorizzate le conversazioni e su chi possa accedervi (Alanzi, 2024).
Infine, un altro limite riguarda la sicurezza degli interventi automatizzati: un chatbot privo di supervisione potrebbe non riconoscere adeguatamente situazioni di emergenza (es. ideazione suicidaria imminente) o fornire risposte inappropriate, con potenziali rischi per il paziente.
Conclusione
Considerati i vantaggi, i limiti e i rischi, il futuro della salute mentale sembra orientarsi verso un modello ibrido in cui i chatbot terapeutici diventeranno dei preziosi alleati degli psicoterapeuti.
Inoltre, è importante che la figura dello psicoterapeuta tradizionale resti centrale per la personalizzazione del trattamento.
In futuro, i chatbot terapeutici potrebbero diventare sempre più sofisticati riuscendo ad analizzare la voce o le espressioni facciali per comprendere lo stato emotivo della persona e rispondere in modo più adeguato. Secondo Yu e McGuinness (2024), l’integrazione di input vocali, riconoscimento facciale o segnali fisiologici potrebbe aiutare i chatbot terapeutici a comprendere meglio il contesto emotivo della persona, rendendoli più efficaci ed empatici nelle interazioni.
Inoltre, si lavorerà sulla personalizzazione: interfacce adattate alle diverse età e culture e modelli IA addestrati su dataset terapeutici eterogenei, per offrire interventi ad hoc per ciascun profilo.
Un altro sviluppo chiave sarà la connessione dei chatbot con i sistemi clinici esistenti: in futuro il chatbot potrebbe fungere da “sensore avanzato” in grado di avvisare uno psicoterapeuta tradizionale quando intercetta segnali di allarme durante le conversazioni (ad esempio ideazione suicidaria o peggioramento dei sintomi).
Questo genere di supervisione automatizzata assicurerebbe che l’IA operi sempre sotto il controllo di un professionista, combinando il meglio di entrambi: disponibilità 24 ore su 24 e giudizio clinico esperto.
Il futuro sembra dirigersi verso una cooperazione sinergica tra IA e psicoterapeuti: i chatbot verranno affinati per divenire strumenti sempre più sicuri, empatici e personalizzabili, mentre psicologi e psichiatri ne supervisioneranno l’uso, occupandosi degli aspetti in cui la presenza umana rimane insostituibile (Cioffi et al., 2024) .
Bibliografia
Alanzi M. T., Alharthi A., Alrumman S., Abanmi S., Alibrahim A., Algethami A., Aburass M., Alshahrani M. A., Alzahrani S., Alotaibi B., Magadmi T., Almasodi S. M. (2024). ChatGPT as a psychotherapist for anxiety disorders: An empirical study with anxiety patients.
Cioffi V., Ragozzino O., Mosca L. L., Moretto E., Tortora, Acocelle A., Montanari C., Ferrara A., Crispino S., Gigante E., Lommatzsch A., Pizzimenti M., Temporin E., Barlacchi V., Billi C., Salonia G., Sperandeo R. (2024). Can AI Technologies Support Automating Clinical Supervision? Assessing the Potential of ChatGPT.
Raile P. (2024). The usefulness of ChatGPT for psychotherapists and patients.
Spytska L. (2025). The use of artificial intelligence in psychotherapy: development of intelligent therapeutic systems.
Yu, H., McGuinness, S. (2024). An Experimental Study of Integrating Fine-tuned LLMs and Prompts for Enhancing Mental Health Support Chatbot System. Journal of Medical Artificial Intelligence, 1–16.
Zhang Z., Wang J. (2024). Can AI replace psychotherapists? Exploring the future of mental health care.
Zhong W., Luo J., Zhang (2024). The therapeutic effectiveness of artificial intelligence-based chatbots in alleviation of depressive and anxiety symptoms in short-course treatments: A systematic review and meta-analysis.

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